WINTERREISE – 4 Dicembre 2020 / 28 Febbraio 2021
Spazio Lazzari, via Paris Bordone 14, Treviso

Ci sono artisti costretti in equilibrio sul passaggio delle epoche, attraversati da quella frattura. Nella maturità più tarda arrivano a scorgere quello che verrà, o a estrarre il succo della cultura che hanno visto sfiorire. Franz Schubert, vicino alla morte, stillò in un ciclo di Lieder – canzoni – lo spirito romantico nel suo farsi desolato, amaro e drammatico. Il camminante della Winterreise (viaggio d’inverno) vaga nella natura ostile della stagione più dura, la sua meta è incerta e simbolicamente si sovrappone alla sua fine terrena. (Stefano Annibaletto)

Sul paesaggio di questi Lieder ha lavorato da qualche tempo Raffaele Minotto: lo ha incrociato con un innato interesse per i filari d’alberi, e con le verticali più irregolari dei boschi dell’altopiano di Asiago. La luce che filtra tra le fessure dei tronchi, dei rami, risucchia la profondità; ma c’è in questi dipinti a olio la sua consueta precisione prospettica, e quei tagli fotografici che scorciano talvolta il primo piano, spingendolo lontano dall’orizzonte. Il contrasto tra le tinte terragne di erba e fango, di corteccia, di pozza, e l’abbacinante e livido biancore della neve porta a inedite temperature, lo discosta da quella pittura tonale, da quella tavolozza calda dei suoi interni di case, delle sue tavole imbandite. Ma è nelle grandi carte a tecnica mista realizzate per questa mostra che Minotto affonda le caviglie nel paesaggio schubertiano. Sono i segni di grafite, le colature di tempera bianca, i colpi di fusaggine, le bagnature di acquaragia e olio azzurro: si espandono sul foglio incuranti dei punti di fuga, evocano distanze reali e interiori, allontanano l’illusione dell’accoglienza, personificano – innocenti – l’angoscia dello smarrimento. (S.A.)

L’incontro con Ettore Greco sul terreno di questo racconto è stato spontaneo. Chi ha visto le sue dita plasmare con rotonda, leggera sapienza busti, teste o figure di creta ha colto come l’incrinatura di una mascella, la curvatura di una spalla si tramutino in un disagio del corpo, che lo depura dall’imbarazzo della nudità. Resta, soffiata in questi corpi di terra, una sofferenza che è forse quella originaria, propria della vita stessa. Greco si abbevera alle origini della moderna scultura, in quel finire di Romanticismo da cui germinerà la scoperta delle radici profonde del dolore di esistere. Così è nell’opera qui esposta, densa, preziosa, a cui si chiede di dare voce al lato umano della visione di Schubert: un giovane adulto accosciato, le mani disarticolate portate al petto, il ghigno tormentato. Perturbante è questa afflizione, perché dal lavoro di Ettore Greco esce anche una lode del corpo, della carne e della pelle, la spontanea bellezza dell’anatomia e quella ricercata delle patine scure sulla terracotta o sul bronzo. (S.A.)

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Esposizione a cura di Stefano Annibaletto

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